Il talento da solo non basta: intervista all'atleta Olimpico Ludovico Fossali ~ Flavia Chiarelli
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Il talento da solo non basta: intervista all’atleta Olimpico Ludovico Fossali

Il talento da solo non basta: intervista all’atleta Olimpico Ludovico Fossali

Il momento in cui si incontra un campione, anche se giovane e in erba, è qualcosa che rimane impresso nella mente.

E così è stato per me: quando ho conosciuto dal vivo Ludovico Fossali, giovanissima promessa dell’arrampicata Speed, ho capito immediatamente di avere davanti un ragazzo dalle idee molto chiare e dal carattere determinato.

 

Era un afoso Luglio del 2018 e in un solo anno Ludovico ha spiccato il volo ancora più in alto, conquistando in pochi mesi tutte le vittorie che un giovane atleta professionista può sognare di ottenere.

 

Il 2019 è stato un anno d’oro in ogni senso per il giovane Ludovico Fossali, 22 anni, nato a Trento,  il suo nome e le sue gesta non devono essere passate inosservate agli appassionati di arrampicata e agli addetti al settore.

 

Dopo anni di duri allenamenti e diversi podi conquistati, Ludovico è salito sul gradino più alto del podio in Agosto laureandosi Campione del Mondo Speed, titolo riconfermato in settembre a con la medaglia d’oro ai campionati italiani di arrampicata sportiva specialità speed.

 

Come se tutto questo non bastasse, Ludovico è stato anche il primo italiano ad aggiudicarsi un posto alle prossime Olimpiadi di Tokyo 2020, dove l’arrampicata farà il suo debutto come disciplina Olimpica.

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Ludovico Fossali campione del mondo speed

Ciao Ludovico!

Partiamo da te: chi sei oggi e che tipo di atleta e di persona ti definiresti?

ciao a tutti!

Una persona come tante altre, che ha obiettivi e non ha paura di faticare per raggiungerli.

 

  1. Campione del mondo, campione italiano e prossimo atleta Olimpico: la mia prima domanda non può che essere questa. Come ci si sente quando si raggiungono questi duri traguardi? Te l’aspettavi grazie al duro lavoro fatto o si è trattato di una combinazione anche per te sorprendente?

Si sta bene direi. C’è stato un senso di liberazione dopo la vittoria al mondiale, come se tutto il peso che mi portavo sulle spalle si fosse tolto. 

Mi sento di rispondere che non è stata una vera sorpresa, ovvio, non è scontato ma è un anno intero che mi alleno con questo obiettivo. 

Sono partito da casa promettendo a mia sorella che avrei dato il 200% per ottenere il pass per le Olimpiadi e festeggiare il suo compleanno a Tokyo il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi.

 

2.Quando è iniziato il tuo rapporto con l’arrampicata? E con la speed?

Potrei affermare che tutto è iniziato all’età di 2 anni, quando mi arrampicavo su mobili di casa, cancelli, alberi, staccionate, porte, ovunque mi potessi apprendere.

A 5 anni i miei genitori hanno capito che non era sicuro continuare così e mi hanno portato nella mia prima palestra di arrampicata sportiva; da lì ho iniziato il mio percorso.

A 11 anni vengo selezionato dalla Federazione Italiana e conquisto le mie prime medaglie a livello Europeo. Ho sempre praticato anche altri sport ma con il trascorrere degli anni gareggiare diventa sempre meno gioco e più sport, così nel 2016 decido di dedicarmi esclusivamente all’arrampicata sportiva, sacrificando gli altri miei interessi sportivi. Sempre supportato al 100% dalla mia famiglia, decido di farmi seguire da dei professionisti. 

Nel 2018 entro nel gruppo sportivo dell’Esercito ed ora allenarmi è diventato il mio lavoro.

  1. Spiegaci, in parole “ povere”, che cosa è la Speed e come si differenzia nell’arrampicata…

La Speed è pura adrenalina, una corsa di 6 secondi (oramai anche per le donne) dove l’atleta deve dare il 100% , ne di più nè di meno.

Andando sul tecnico, ma con parole semplici,  la speed è una gara, che dopo una fase di qualifica, prevede degli scontri diretti lungo una via di grado 6b, tracciata su un muro di 15 m inclinato di 5 gradi, con due vie parallele perfettamente identiche: le prese sono posizionate nella stessa sequenza. Vince chi schiaccia per primo il pulsante in cima alla via (fermando quindi il tempo).

 

Diciamo che la caratteristica principale per la quale si differenzia è che nella speed la via è sempre la stessa mentre nelle altre discipline cambia sempre.

 

Ludovico Fossali campione del mondo Cina

 

 

4.Che tipo di bambino era Ludovico: un bambino sportivo e socievole? oppure introverso e riflessivo? Come è stata l’infanzia di una giovane promessa sportiva?

Quanto la tua famiglia ha influito sulla tua crescita in questa direzione?

Ero un bambino timido, leale, chiuso, non chiedevo aiuto ed ero iperattivo,  in breve “rompevo le scatole” a un po’ di persone con la quale però non avevo il coraggio di parlare. 

Amavo l’aria aperta, con qualsiasi tempo ero in giardino a giocare e, come tutti i bambini amavo tuffarmi nella neve e sull’erba e nelle pozzanghere. 

Ero spericolato o meglio, sembravo spericolato, in realtà i miei mi lasciavano libero e mi permettevano di provare qualsiasi gioco e di cimentarmi come desideravo. Ogni qualvolta cadevo, dovevo rialzarmi da solo. Ovviamente se era grave i miei genitori sapevano cosa fare (ho varie cicatrici tutte guarite alla perfezione).

L’infanzia è trascorsa in modo tranquillo, con qualche nota scolastica: le 5 ore al giorno seduto dietro al banco erano lunghissime. La mamma era molto severa per quanto riguardava lo studio e lo metteva al pari con sport e musica, quindi pretendeva che io a scuola mi impegnassi come facevo nello sport! 

I miei genitori,  le mie sorelle e mio fratello sono stati fondamentali. 

Devo tanto ai miei genitori, a partire da tutti i sacrifici che hanno affrontato per “scarrozzarmi” in giro, per pagare le numerose trasferte con la divisa italiana e non solo, anche per tutto quello che comporta avere un figlio come me, in fin dei conti c’erano anche gli altri tre fratelli da seguire, tutti con le loro passioni. 

Mia sorella Anna ha preso la patente appena compiuti i 18 anni e ha contribuito a portarmi in giro. 

Mia sorella Giulia ha sempre gareggiato con me fino a 3 anni fa, ottenendo risultati anche migliori dei miei,  si allenava con me e questo era importante per entrambi: ci aiutavamo a vicenda e ovunque andassimo eravamo affiatatissimi. 

Non voglio scordare mio fratello Leonardo, il brocco di famiglia che sta crescendo troppo velocemente, ama il basket e sta facendo il culo a tutti quelli che si trova davanti.

Ho accennato anche alla musica prima, perché abbiamo suonato tutti almeno uno strumento in famiglia, ma l’unico che mi immagino su un palco con il frac e che prima di sedersi al pianoforte con il suo swag alza le code di rondine è mio fratello Leo.

 

Ludovico Fossali

  1. Il tuo rapporto con lo sport e con l’arrampicata è stato sempre scorrevole o hai attraversato momenti di scoraggiamento o noia, in cui hai pensato di mollare?
    Cosa ti ha tenuto vivo e incoraggiato in quelle situazioni?

Non è sempre stato tutto rosa e fiori, magari.

Da ragazzino era puro divertimento, era la mia valvola di sfogo, il momento in cui potevo scaricare tutte le energie accumulate stando seduto a scuola.

Quando ho deciso di prendere la cosa sul serio ho capito subito che il talento non bastava, che essere un atleta significava altro. 

Così nel 2016 ho cambiato marcia e ho iniziato ad ottenere risultati davvero importanti, ancora in giovanile, infatti oltre ai podi in Europa ho vinto il Campionato Mondiale Giovanile in Cina

Il 2018 è stato un anno particolarmente difficile. E’ iniziato con un incidente in macchina che mi ha costretto a rimanere fermo, mentre gli altri si allenavano e questo ha fatto lavorare troppo la mia mente. Inoltre avevo bisogno di di risultati importanti per entrare nei corpi sportivi. Ho  vissuto l’inizio del calendario agonistico, come una continua rincorsa per recuperare il tempo perso, gli allenamenti non mi bastavano mai e i risultati non arrivavano. Mi sono ritrovato a pensare che non non era più il mio sport, mi stava passando la voglia. Non è stato per niente un bel periodo, è stata dura. 

Poi  mi sono fermato a riflettere, era necessario organizzarsi nel modo giusto con impegno e i risultati sarebbero arrivati. Così ho ingranato la marcia giusta e la medaglia alla penultima gara è arrivata.

 

 

  1. Raccontaci un ricordo che ti è rimasto impresso: la tua prima gara, una vittoria o una sconfitta bruciante, un momento che ha segnato in te il cambiamento….e come lo hai attraversato!

Ricordo benissimo l’oro all mondiale giovanile di Guangzhou, dico sempre che è “stata colpa sua” se ora sono qua. Mi ha portato a credere in qualcosa che non avevo mai pensato, a farmi aprire gli occhi sulle possibilità che avevo e su un futuro all’interno di questo sport.

La sconfitta più grande è stato il mondiale di Innsbruck nel 2018. 

Mi stavo riprendendo dal sinistro di inizio anno. Rincorrevo la medaglia che fino a qual momento non era ancora arrivata e mancavano 3 gare alla fine della stagione. 

Ero in forma e avevo iniziato un percorso con Valentina Marchesi la mia psicologa, quindi avevo le carte in regola per arrivare a questa dannata medaglia. Al primo scontro (contro Jan Kriz, che ho battuto in finale a Tokyo) ho fatto una falsa partenza. Disperazione.

Probabilmente era dalla giovanile che non facevo una falsa, ho deciso che dovevo farla proprio lì in quel momento e come il mondiale di Parigi due anni prima agli ottavi me ne vado a casa. Ci ho messo un po’ a riprendermi ma, come da piccolo, o mi alzavo da solo o stavo per terra! Ho cominciato a capire cosa mi mancava, quali erano le cose che dovevo e quelle che non dovevo fare. Poco dopo, in Cina,  è arrivata la medaglia.

 

  1. Studio e sport ad alti livelli si possono secondo te conciliare? E con il lavoro come la mettiamo?

Non è stato semplice studiare e allenarsi, tanto più che non amo stare sui libri. 

La scuola è cambiata in questi ultimi anni, ma prima chi faceva sport non veniva agevolato o supportato, non c’era “lo studente atleta” e non sempre l’insegnante comprendeva l’importanza e l’impegno richiesto dallo sport agonistico. 

Ho dovuto ingoiare  brutti voti, recuperare ore di lezioni perse per competizioni e allenamenti, ma mi sono rimboccato le maniche e in 5 anni ho preso la maturità, sostenendo l’orale pochi giorni prima della Coppa del Mondo di Chamonix, nella quale sono arrivato quinto. 

Mi sono  iscritto all’università di Scienze motorie, a Parma, ma ho frequentato solo il primo semestre. Al momento ho deciso di mettere l’Università in  modalità “pausa”, la riprenderò dopo le Olimpiadi di Tokyo 2020.

Ho provato ad organizzarmi meglio, ma non è semplice riprendere a studiare da soli a casa senza vivere l’ambiente universitario dato che frequentare al momento non mi è possibile.

Con il lavoro ho avuto un rapporto diverso: ho lavorato per 6 mesi nel 2017, terminati i quali, nonostante mi proponessero il rinnovo del contratto, ho dovuto rifiutare: era l’anno di debutto nella Senior e avrei dovuto dividermi in due per non consumare tutte le ferie in anticipo. 

Ricordo volentieri quel periodo, l’ambiente era positivo e potevo allenarmi nella pausa pranzo e all’uscita dal lavoro,  ma tutto ciò mi faceva arrivare a casa distrutto.

  1. Oggi tu sei Caporale nell’esercito: so che questo inserimento era nei tuoi obiettivi da tempo. Come ti trovi? Riesci a conciliare bene i vari impegni di caserma con quelli sportivi?

Si, credo sia un obiettivo di tutti gli sportivi che vogliono continuare ad alto livello, soprattutto per chi pratica quegli sport dove gli sponsor scarseggiano.

E’ bello poter affermare di essere un Caporale, la gente mi guarda incredula.

L’esercito ci dà una grande mano per permetterci di arrivare ai più alti  livelli nel nostro sport e da quando sono parte di questa famiglia, sento di essere migliorato molto. 

Appartenere al Centro sportivo dell’Esercito non è di “intralcio”, anzi; quando devo  andare in caserma a Courmayeur, so di avere a disposizione tutta l’attrezzatura per la preparazione atletica  e per i miei allenamenti

 

10.Come sai, io mi occupo di sport lato comunicazione e marketing: come gestisci questi aspetti e quanto li ritieni centrali per sostenere la tua carriera di sportivo professionista?

Sono aspetti che ritengo molto importanti, ma difficili da curare.

Al momento ho un manager che mi segue (proprio perché al giorno d’oggi è davvero importante e io non ho il tempo e le competenze necessarie), lui organizza appuntamenti e interviste io metto  la faccia.

 

11.Oggi hai già qualche sponsor e certamente aumenteranno visti i successi ottenuti e la tua carriera in crescita: come gestisci questo aspetto, da solo o con il supporto di un manager?

Speriamo dai:  lo sport dell’arrampicata sportiva è un mondo particolare, soprattutto per quanto riguarda la Speed, trovare sponsor non è così semplice. 

Ultimamente per trovarli ed avere un primo contatto mi sono affidato ad un Manager, lo stesso che ho citato prima.

 

12.Cosa ti aspetti da uno sponsor e cosa, invece, pensi di poter offrire tu a loro?

Dallo sponsor mi aspetto innanzitutto che non mi  proponga contratti “capestro” e che li rispetti.

Da alcuni sponsor vorrei ottenere materiale tecnico che corrisponda alle mie esigenze.

Credo che un contratto di sponsorship venga firmato da un’azienda soprattutto per migliorare i prodotti che vende o per crearne di nuovi quindi, da parte mia, posso offrire feedback e suggerimenti per migliorare il prodotto.

Inoltre posso offrire la mia immagine di atleta professionista, di ragazzo che crede nei principi dello sport, competente nel proprio campo, seria, ma  con la vitalità e l’energia di un 22enne. Posso offrire sicuramente visibilità al loro marchio, non solo durante le competizioni, ma anche sui social, durante eventi pubblici e nella vita quotidiana.

 

13.Come è cambiato e si è evoluto l’arrampicatore Ludovico di oggi al bambino che ha iniziato tanti anni fa?

Sicuramente sono maturato. Ho imparato a dosare la mia iperattività e a incanalare nella giusta direzione la mia energia

Sono ancora reticente a parlare di me, ma ho imparato a raccontarmi (quel tanto che mi viene chiesto). 

Se da piccolo ero “ingestibile”, ora sono quello che nel gruppo capisce quando si può scherzare e festeggiare e quando invece è meglio smetterla; come da piccolo continuo a non accettare le ingiustizie, non solo quelle che subisco io, e fatico a tenerle per me. Posso affermare di essere ancora leale e capace di mantenere i segreti come lo ero da piccolo.

A volte mi piace restare fanciullo e pensare solo a divertirmi, ma non si può fare sempre.

 

  1. Ogni sport ha la sua nicchia e i climber non sono da meno.
    Che rapporto senti di avere con i colleghi professionisti?
    E che differenze, se ve ne sono, riscontri, tra la situazione di uno sportivo pro in Italia e quella di uno sportivo straniero?

Proprio perché è uno sport ancora “piccolo” il rapporto con i colleghi lo definirei sempre tranquillo e positivo.  Tra noi c’è collaborazione, quest’anno in modo particolare, visto che l’appuntamento con le Olimpiadi è alle porte.

Confrontarmi con i Colleghi al top in Italia è stimolante e importante, in questo modo ci aiutiamo a vicenda sia nella tecnica delle diverse discipline che nell’offrire validi consigli per superare le nostre debolezze.

  1. Torniamo alla comunicazione e all’aspetto dolente dei social network. Croce e delizia di chi ne ha bisogno per comunicare in modo efficace la propria professione e costruire una corretta immagine on -line.

Tu che rapporto hai con questi strumenti?

Ti piace utilizzarli e li padroneggi da solo o credi che un supporto sia in certi casi necessario?

Ti piace comunicare con i tuoi follower nel quotidiano e come lo fai?

Per  ora mi sto concentrando maggiormente su Instagram tralasciando Facebook perchè, pur sapendoli utilizzare, non mi viene naturale gestirli quotidianamente. 

Per questo ultimamente ho chiesto un supporto, ma conosco molti ragazzi che riescono in modo efficiente a gestirli da soli.

Mi piace con chi mi segue e per questo preferisco creare le storie, più immediate e facili da realizzare e vedere; creare dei  post invece non mi viene così spontaneo. So che ormai è importante gestire anche questi canali, quindi dovrò dedicarci più tempo.

  1. Quali sono quindi le figure professionali che a tuo avviso sono importanti e, in alcuni casi, indispensabili, alla carriera di un’atleta?

Ho sempre creduto che dietro un vero atleta ci fosse anche una grande squadra, formata da tecnici preparati che credono in te e dei quali puoi fidarti ciecamente. 

Da quando ho deciso di diventare un atleta professionista ho incominciato a creare la mia squadra, che ora è composta da 2 Allenatori, un Preparatore atletico, un Fisioterapista, una Psicologa e una Nutrizionista (tutti con l’iniziale maiuscola perché al momento non mi hanno mai deluso e io non ho deluso loro).

Indispensabile è sicuramente l’allenatore, ma l’esperienza del passato mi ricorda l’importanza anche di un valido fisioterapista che mi conosce davvero e sa come intervenire in caso di necessità. 

  1. Facciamo un gioco: se oggi non fossi un climber professionista e un dipendente dell’Esercito…che altro lavoro volevi fare da grande?

L’ambito sportivo mi è sempre piaciuto come quello informatico, quindi divido la domanda in due.

Sarei iscritto a Scienze Motorie, amo il mondo dello sport e credo nei suoi valori, posso dire che la palestra è stata la mia seconda casa. Quindi il mio futuro sicuramente sarebbe comunque legato a questo mondo. 

D’altro canto il mondo  informatico mi attira.

Non mi è dispiaciuto lavorare in un un’azienda nella quale ho potuto mettermi in gioco, lavorando anche in modo autonomo. Potrei imparare anche a rimanere seduto dietro una scrivania davanti a un pc, ma nella pausa pranzo dovrei comunque iscrivermi in un’area fitness e avere il tempo necessario tenermi in forma.

  1. Quindi, se  oggi dovessi riassumere in poche parole “ perchè fai quello che fai”?

2 parole?  Mi Diverto

alla domanda “quali consigli daresti a chi inizia il tuo sport o che ne inizia uno? la mia risposta è sempre stata: “Provalo, provali tutti e scegli quello dove ti diverti di più.

Per me tutto quello che era gioco e divertimento da fanciullo, ora è il mio lavoro.

 

  1. Uno dei tuoi mantra ricordo è “ Il talento non esiste”. Cosa intendi con questa affermazione?

Tornando al “quando ho deciso di essere professionista”, la prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare un nuovo coach, e il suo “motto” è ancora oggi proprio questo “il talento non esiste”.

Loro ritengono che: “senza lavoro il talento non può esplodere e portare al risultato” e io, come loro, credo nel lavoro e nella fatica.

il talento ti porta a vincere facile da piccolo, ma poi non basta, se pensi sia sufficiente rimarrai fermo allo stesso livello.

 

  1. Infine, che consiglio daresti a dei giovanissimi che pensano di seguire le tue orme un domani?

Non seguite le orme di qualcun altro, trovate la vostra passione e “a muerte siempre”, in passato alla stessa domanda ho risposto, senza doverci pensare: “Segui la TUA passione, credici fino in fondo  e mettici anima e corpo”. . Non deve essere per forza l’arrampicata e neanche la Speed, ma, prima di dire di no provatela!

 

Grazie per la tua disponibilità e….in bocca al lupo per il tuo futuro!

Grazie a te e io di solito rispondo: “crepi il lupo”.

Ludovico Fossali è un atleta che ha capito molto presto l’importanza di affidarsi a dei professionisti anche per la costruzione del suo personal branding e la cura della sua comunicazione e del suo marketing.

Abbiamo mosso insieme i suoi primi passi di formazione sulla comunicazione digitale e l’utilizzo dei social media.

Come?

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