Corsa in montagna: un amore che parte da lontano ~ Flavia Chiarelli
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Corsa in montagna: un amore che parte da lontano

Corsa in montagna: un amore che parte da lontano

Correre un trail è come intraprendere un viaggio, più o meno lungo, con sé stessi e con gli altri.

Gli altri sono coloro che incontreremo lungo il cammino e che saranno i nostri compagni per diverse ore o solo per qualche minuto: persone che non abbiamo mai visto e forse conosciuto prima, ma che, come noi, sono oggi qui spinte da una comune grande passione.

 

 

Ultra trail lago d'orta: salita al Mazzuccone

 

La corsa in montagna

Quando è apparsa nella mia vita la corsa in montagna esattamente è difficile dirlo.

Forse è stato quando da bambina, ancora molto piccola, vedevo mio papà uscire di casa e inerpicarsi sui monti in shorts, canotta e scarpette da strada, così lisce che a pensarci oggi la calzata “ natural” è pari ad un carro armato.

Si chiamavano “ corse campestri” a quei tempi, duravano pochi km e anche il dislivello era contenuto, ma si ponevano le basi del movimento off che si è sviluppato ai giorni nostri.

OFF, ovvero “ fuori”. Fuori da che cosa esattamente?

Fuori dal sentiero tracciato, dagli orari della settimana, dalle strade semplici e battute, dall’ordinario quotidiano per cercare lo straordinario tra i boschi dietro casa. Magari in compagnia degli amici di sempre.

Oggi il movimento Trail è estremamente sviluppato in Europa: vi sono competizioni in ogni mese dell’anno, per le diverse stagioni, su distanze che vanno da pochi km a veri e propri ultra trail di centinaia di km e più giorni di cammino.

Gli amici non sono necessariamente quelli dietro casa.

Per chi, come me, non ha ancora la fortuna di aver trovato il suo gruppo fisso di allenamento, gli incontri che si fanno in gara sono molto importanti e possono determinare l’andamento dell’intera corsa.

Un amore che parte da molto più lontano

Parte dal saluto di mio padre, che usciva il sabato o la domenica mattina e tornava sorridente stringendo i suoi trofei, per poi tornare a più riprese nella mia vita, lungo la pista di atletica del quartiere della mia adolescenza ed infine va a perdersi nell’oblio dei miei venti anni.

Non so se sia stata io a cercare la corsa o se invece, come credo, sia stata lei, più volte negli anni, a ritrovare me.

Come è accaduto che le Nike Air 180 residuo degli acquisti a pochi euro da spaccio aziendale durante il mio rimpianto stage presso l’omonima sede Italica del celebre baffo, puntualmente riesumate una volta all’anno per la corsetta al parco o per il giro dell’isolato , abbiano lasciato spazio al primo di innumerevoli paia di scarpe da trail?

Chi può dirlo.

La vita in provincia non è facile quando hai compiuto da poco trent’anni, sprizzi di energia e creatività, lavori da mattina a sera in un’azienda padronale e le tue amiche sono lontane centinaia di chilometri, nella direzione opposta rispetto al tuo fidanzato.

Lo sa bene il tuo collega più grande, una specie di gigante buono e fratello maggiore, lo stesso che a pochi mesi dal mio insediamento in ufficio arriva con i volantini di Associazioni di montagna e corsi di alpinismo.

All’epoca mi occupavo di marketing e supporto alle vendite di un nuovo brand di abbigliamento interamente ecosostenibile e dedicato agli sport outdoor.

Dalla preparazione dei miei primi 4000 alle salite serali con lampada frontale e bastoncini al rifugio il passo è breve.

Arrivano così le garette di Trail , quelle corte da nove km su media collina ( molto simili alle campestri di mio papà!) fino al Trail delle Porte di Pietra, ad Alessandria, la mia prima 21km: affrontata a corto di allenamenti durante una trasferta di lavoro, mentre lo stand a cui avrei dovuto badare rimaneva incustodito e la completavo portandomi a casa la più noiosa e persistente nascite plantare della storia. E, con lei, uno stop dalla corsa di quasi due anni.

Ho corso di nuovo sul Lungo Po di Torino, alla luce dei fari notturni tra cespugli e graffiti, al Valentino e al Parco della Colletta: ogni luogo e ogni corsa porta con sé il ricordo di un’emozione a cui dare sfogo e risposta.
Un capo- tiranno da affrontare ogni mattina, una salita di sci alpinismo da preparare, un licenziamento improvviso da ingerire e forse, un giorno, digerire.

Oggi e da due anni, se posso, scelgo di correre solo in montagna. Tra boschi, sentieri, rocce e creste esprimo il mio amore per questo sport grazie al quale esprimo la mia felicità e la gratitudine per aver trovato il mio luogo del cuore.
La buona volontà per me si nutre di obiettivi da raggiungere. “ Fai ogni giorno qualcosa che ti spaventa” diceva Eleanor Roosvelt, e ne ho fatto il mio motto.

 

 

Verso l’obiettivo

Il 31 gennaio di questo anno ho deciso di dare un luogo, una distanza, una data al mio prossimo obiettivo: Ultra Trail del Lago d’Orta , UTLO per gli amici.
34 Km. 20 Ottobre.

  • Ho incontrato un Coach che ha avuto in me più fiducia di quanto io stessa me ne fossi data, ho iniziato una nuova avventura lunga otto mesi, fatta di tabelle, andature, tempi e distanze.
  • Ho imparato cosa volesse dire “allenarsi per un obiettivo”.
  • Ho individuato priorità, fatto rinunce, spuntato caselle settimana dopo settimana.
  • Ho imparato a fare i conti con il mio fisico e i suoi alti e bassi, con il variare delle stagioni, i picchi e i cali di motivazione, i blocchi di salute e le urgenze della vita.

In tutto questo la corsa c’è sempre e comunque stata.

Vibram Ultra Trail del Lago d’Orta: la mia prima 34 km

Sabato 20 Ottobre alle ore 12.00 mi sono presentata all’arco di partenza della mia gara, la 34 Km dell’Ultra Trail del Lago d’Orta. Nel mio zainetto tanta ansia e tutto l’occorrente.

Un gioco da ragazzi, forse, per chi corre le distanze maggiori. Una piccola follia per una come me, che ha sempre corso per noia e per caso, fino ad appassionarsi.

Sono partita per ultima, assieme ad un signore simpatico e sportivo di animo, camminando e sorridendo al pubblico dietro le transenne e ho iniziato a correre solo dopo un paio di km.

Le prime salite le ho affrontate con grinta, entusiasmo e curiosità verso i miei compagni di gara: come le quattro ragazze Finlandesi che si allenano su colline da 100 metri di altitudine – e che per tutta la gara hanno conservato un passo instancabile- e ho tenuto duro fino allo scoccare delle due ore di gara.

Lo stomaco chiuso dalle dieci del mattino mi ha provocato una piccola crisi di fame che avrei sottovalutato, senza i consigli di una ragazza gentile che mi ha ricordato di mangiare qualcosa, in vista della parte più dura della gara.

Correre un Trail vuol dire sapersi gestire e dosare: con le gambe, con il fiato, con la fame e con le ossessioni della mente.

Vuol dire astenersi da giudizio, quando vediamo qualcuno più vecchio, più giovane, più allenato o più lento di noi; perché la prossima volta, o pochi km dopo, quel qualcuno potresti essere tu.

Ho giudicato male quelle donne che nelle salite si facevano trainare dal proprio compagno: per poi ricordarmi che in un Vertical, solo un paio di mesi prima, al posto di una di quelle donne stremate, c’ero stata anche io.

Non dimenticherò mai il sapore della minestrina al primo ristoro del km 13,5, quando oramai ero a più di tre ore di gara e sapevo che altrettante ne avrei dovute affrontare.

Conserverò per sempre il ricordo di quel runner che, non più nel fiore degli anni, mi ha affiancata per qualche km di buon passo su un falsopiano, e scambiandoci storie di vita e consigli per i crampi, ho scoperto avere più di sessant’anni e centinaia di km alle spalle.

Per la cronaca, quel sessantenne mi ha poi superata in volo al secondo ristoro per poi sparire sulla scia del suo personale traguardo.

Dritta e viva al traguardo

Io, il mio traguardo, l’ho tagliato con il calare del sole, incoronata dal numero sette: come le lancette dell’orologio ed il le  ore che ho impiegato per terminare il percorso.

Da diverso tempo non provavo una gioia ed un senso di completezza così grande.

Non ha nulla a che fare con il mio piazzamento in classifica o con il tenore della mia ( debole) performance.

La stanchezza, i dolori alle ginocchia, il sonno e la fame hanno lasciato spazio ad un’unica grande consapevolezza: il trovarmi al posto giusto nel momento giusto e con lo stato d’animo giusto.

Ora sono davvero pronta ad affrontare l’inverno e le sue nuove sfide: ho voglia di dedicarmi all corsa senza affanni, tempi o tabelle di allenamento ma solo per il puro piacere di correre.
Fino al prossimo anno e a un nuovo obiettivo.

 

corsa in montagna - finisher

 

 

Se vi state da poco appassionando alla corsa in montagna e vi piacerebbe iniziare ad allenarvi, qui trovate un mio articolo adatto a chi comincia e vorrebbe avere qualche dritta e conoscere più da vicino gioie e dolori di questo sport.

 

Adesso tocca a voi che mi leggete: non lasciatemi sola in questo percorso. 
Sarebbe bello conoscere gli sport che praticate, quali piccoli e grandi obiettivi avete raggiunto in questo anno che sta per concludersi e i vostri progetti sportivi per il 2019.

Vi aspetto sempre qui nei commenti del blog oppure sui miei canali Instagram e Facebook ( mi state già seguendo vero? 😉

Potremmo formare insieme una nuova piccola community per amanti della corsa in montagna e degli sport outdoor. Che ne pensate?

 

*Le immagini contenute in questo articolo sono state scattate da Canofotosports.com

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